Atto in procura

Tragedia di Castel d'Azzano: i Ramponi, il sopralluogo e l’autorizzazione non arrivata

Il giorno prima della strage Maria Luisa e Dino erano in strada, vicino al cancello, i militari chiesero di poter intervenire
Lo scenario Casa Ramponi dopo l’esplosione
Lo scenario Casa Ramponi dopo l’esplosione
Lo scenario Casa Ramponi dopo l’esplosione
Lo scenario Casa Ramponi dopo l’esplosione

Il rischio specifico e concreto di esplosione è stato «fortemente sottovalutato, rischio concreto non meramente ipotetico ma altamente prevedibile e perciò probabile» proprio a causa dei precedenti dei fratelli Ramponi. Che potevano essere fermati il giorno prima.

È parte della premessa dell’esposto depositato in Procura da Davide Adami e Marco Libardi, i legali che assistono il fratello e il padre di Marco Piffari, luogotenente del Carabinieri travolto dal crollo e morto insieme ai due colleghi Davide Bernardello e Valerio Daprà, con il quale si chiede di estendere le indagini perché dalla consulenza medico legale emerge «una serie di negligenze, imprudenze e imperizie che alimenta il forte sospetto che vi possano essere responsabilità di natura colposa addebitabili a soggetti fino ad ora rimasti estranei, per quanto è dato di sapere, all’attività investigativa».

I legali danno atto che in precedenza l’esito drammatico, quello che invece ci fu la notte del 14 ottobre a Castel d’Azzano, venne scongiurato dalla desistenza dei tre fratelli «disposti a far saltare tutto in aria e a farsi saltare» grazie all’intervento di negoziatori qualificati. Da qui il dubbio: la strage era evitabile?

In particolare, oltre a chiedersi come mai i pianificatori dell’operazione non abbiano adottato opzioni operative a rischio ridotto quale quella di intervenire durante le ore diurne sottolineano che (come emerge dalla relazione che contiene gli atti di indagine) questa possibilità si era presentata proprio il giorno prima, il 13 ottobre.

Nel pomeriggio infatti una pattuglia di carabinieri che era nei pressi di via San Martino aveva notato Maria Luisa e Dino Ramponi aprire ripetutamente il cancello dal quale Dino portava fuori il trattore al quale veniva agganciato il rimorchio.

Il luogotenente presente sul posto aveva avvisato il suo capitano manifestando la possibilità di intervenire sui due fratelli (e c’era il personale in grado di farlo) così da anticipare le operazioni che avrebbero dovuto svolgersi nella notte.

«Il capitano, tenuto conto che l’operazione era stata organizzata e preordinata nel corso di un tavolo tecnico interforze», si legge nella relazione riportata nella consulenza medico legale a firma della professoressa Francesca Bortolotti e del dottor Nicola Pagaiani, «riferiva di non avere l’autorità di prendere tale decisione ma che avrebbe interpellato la scala gerarchica».

Ma poche ore più tardi «comunicava telefonicamente al luogotenente che non era stata autorizzata la possibilità di fermare Dino e Maria Luisa Ramponi, per scongiurare il rischio che gli stessi o il loro fratello Franco che in quel momento non si sapeva dove si trovasse, qualora fossero riusciti a chiudersi in casa avrebbero potuto compiere gesti estremi e pericolosi». Esattamente quello che accadde otto ore dopo.

Per i legali la decisione di operare di notte se da una parte evidenzia «una astratta imprudenza», alla luce delle condizioni e circostanze da cui è stata preceduta avrebbe massimizzato il rischio «che impone un accertamento capillare attorno alle misure per prevenirlo» e a diverse condotte di chi quell’evento «avrebbe potuto impedire per qualifica, grado e competenza».
Indipendentemente dal ruolo dei tre indagati l’accertamento richiesto porrebbe gli eventuali comportamenti colposi in rapporto di causalità diretta con la strage. E chiedono che l’indagine venga ampliata.