Due indagini, parallele ma sullo stesso episodio, la strage di Castel d’Azzano. In quella tragica notte del 14 ottobre morirono tre carabinieri e altri 19 rimasero feriti per il crollo e lo scoppio della casa in cui vivevano i tre fratelli Ramponi, Maria Luisa, Dino e Franco, imputati di strage, detenzione di esplosivo e resistenza.
La prima indagine è quella della Procura scaligera, mirata ad accertare le responsabilità di chi, pur di non abbandonare lo stabile sul quale pendeva un ordine di sfratto, è stato disposto a far esplodere tutto. Minaccia già attuata in passato. La seconda, aperta poco dopo, è invece quella in carico alla Procura generale di Venezia, competente per le azioni disciplinari a carico di ufficiali per negligenza. Un’indagine culminata nei giorni scorsi con la notifica al capitano Vincenzo Spataro, comandante della compagnia di Villafranca, al tenente colonnello Antonio Sframeli, comandante del reparto operativo di Verona (entrambi con il ruolo di Incident Comander) e infine al colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale, del capo di incolpazione con il quale si contesta una serie di negligenze.
L’intervento e la gestione
Negligenze sia sul piano della pianificazione dell’intervento sia nella gestione sia infine per non aver interrotto l’operazione a fronte anche della circostanza che il gas, quello contenuto nelle bombole detenute nella casa dei Ramponi, era stato percepito dagli operanti. Perché i locali della casa fatiscente erano oramai saturi anche prima dell’incursione. E il rischio di esplosione era quasi una certezza.
Un lungo elenco di mancanze tra le quali emerge anche quella contenuta nell’esposto con il quale, tra le altre cose, i legali dei familiari di Marco Piffari, deceduto quella notte insieme a Valerio Da Prà e Davide Bernardello, chiedevano di accertare se vi fossero altre responsabilità, oltre a quelle dei Ramponi. O meglio se la strage era evitabile.
E la procura generale sottolinea, in uno dei 18 «addebiti» la mancata autorizzazione al luogotenente della territoriale ad eseguire la perquisizione nel pomeriggio del 13 ottobre (evidenziata nell’esposto). Quel giorno infatti Maria Luisa e uno dei fratelli, Franco, erano fuori dall’abitazione intenti ad attaccare un carro al trattore. La casa era vuota.
I precedenti
Ma se quella dei legali era stata una riflessione comune a molti, invero, e cioè che si potesse intervenire in altro modo, il procuratore generale titolare del fascicolo disciplinare a carico dei tre ufficiali è andato oltre. E premettendo lo storico delle esecuzioni immobiliari, tentate e mai andate a buon fine, a carico dei tre fratelli, della minaccia (il 7 ottobre 2024) di Dino di darsi fuoco, dell’episodio del 18 novembre 2024, quando i tre fratelli salirono sul tetto dopo aver saturato la casa di gas minacciando di farla esplodere, dell’ultimo episodio in ordine di tempo (25 settembre 2025) quando Maria Luisa, sul terrazzo, aveva trascinato la bombola di gas e impugnando un accendino aveva detto che avrebbe fatto saltare tutti in aria se qualcuno si fosse avvicinato, elenca i comportamenti ritenuti «negligenti».
Innanzitutto le modalità con le quali si è svolta l’irruzione all’interno dell’abitazione di via San Martino a Castel d’Azzano, il non aver effettuato una attenta e precisa pianificazione con anticipo congruo. È emerso infatti che alcuni giorni prima Maria Luisa aveva acquistato della benzina, aveva preso l’autobus portando con sé una sporta capiente dentro alla quale c’erano le taniche con il carburante (utilizzato poi come accelerante), e qualcuno aveva sentito l’odore. Così come non era stato monitorato l’acquisto di bombole di gas.
Mancata pianificazione
Una pianificazione che non ha tenuto conto dell’esperienza delle squadre tecniche, ovvero Api, Sos e Uopi, alle quali non è stato demandato di effettuare sopralluoghi e che non erano in possesso della documentazione riguardanti gli accessi.
Il tempo, ovvero l’operazione svolta di notte quando la visibilità scarsa avrebbe reso difficoltosa la perquisizione. E infatti nei video depositati dalla Procura in occasione della chiusura delle indagine, è evidente che i reparti speciali arrancano inciampando in attrezzi e materiali distribuiti nell’appezzamento davanti alla casa. Il tutto al buio, con il rischio di essere visti dall’interno della casa, cosa che effettivamente poi, vista la reazione, si era verificato. I responsabili dei corpi speciali avrebbero presenziato solo a un briefing durato 15 minuti nel pomeriggio del 13 ottobre, quando di lì a poche ore sarebbe iniziata l’operazione.
Diverse altre le perplessità della procura generale sulle decisioni prese nonostante il dissenso dei responsabili e degli operatori delle squadre speciali (Api, Uopi e Sos), tra cui lo stesso Marco Piffari. Non erano d’accordo i reparti territoriali, anche chi aveva chiesto ai superiori gerarchici di fermare due dei tre fratelli quello stesso pomeriggio, il terzo era nella stalla.
A maggior ragione perché le esternazioni «bellicose» dei Ramponi erano legate solo all’abitazione, quel «feudo» che non doveva essere espugnato. Per il procuratore generale non sono state tenute in considerazione nemmeno le considerazioni dei negoziatori e del Gis di Livorno. L’epilogo è l’oggetto del processo che inizierà in Corte d’Assise: alle 3.13 della notte del 14 ottobre l’esplosione che fece crollare parte dell’immobile che travolse e uccise tre carabinieri, ferì una ventina tra militari e poliziotti e danneggiò le case dei vicini. La strage.