le indagini

Strage di Casteldazzano, i Ramponi tenevano in casa una maschera antigas

Era tra le macerie dell’abitazione, sarà analizzata dal Ris: gli esperti di Parma su incarico del pm effettueranno analisi biologiche
La strage I soccorritori al lavoro dopo l’esplosione
La strage I soccorritori al lavoro dopo l’esplosione
La strage I soccorritori al lavoro dopo l’esplosione
La strage I soccorritori al lavoro dopo l’esplosione

Strage di Cstel d’Azzano: in casa Ramponi c’era anche una maschera antigas e su questo reperto, rinvenuto nel corso dei sopralluoghi di quel che resta dell’abitazione di via San Martino, martedì saranno effettuate analisi biologiche. Un accertamento tecnico irripetibile che avrà luogo nei laboratori del Ris di Parma e al quale potranno prendere parte gli indagati, le persone offese, i legali che li rappresentano e gli eventuali consulenti tecnici nominati dalle parti.

Una maschera antigas che potrebbe essere stata utilizzata per una normale attività agricola ma che è anche un presidio salvavita in caso di ambiente saturo di gas. La casa dei fratelli Dino, Franco e Maria Luisa lo era e quando quest’ultima, l’unica presente nell’abitazione, ha lanciato l’accendino sul pavimento ricoperto di benzina, ha trasformato quella dimora fatiscente in un ordigno dalla micidiale potenza.

Parte della casa è crollata e ha travolto, uccidendoli, tre dei numerosi carabinieri che la notte del 14 ottobre insieme a corpi speciali della Polizia avevano ricevuto l’incarico di dare esecuzione all’ordine di perquisizione e sequestro di materiale esplosivo: le bottiglie molotov posizionate sul tetto dell’abitazione di via San Martino. 
Un’abitazione trasformata in fortino, dove bombole di gas e benzina erano finalizzate ad impedire l’accesso a chiunque, anche a costo della vita. In questo caso altrui. Perché Maria Luisa, Franco e Dino Ramponi a quel disastro sono sopravvissuti. Lei, in mezzo a quell’inferno, era stata protetta dall’unico muro rimasto in piedi e inveì contro i carabinieri che la portarono in salvo.

Tre le vittime, Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello (tutti i familiari sono rappresentati da legali e oltre agli avvocati Libardi e Adami ora ci sono i colleghi Bono e Berardi per i congiunti di Daprà, Tonin e Nardin per i parenti di Bernardello) e 19 feriti tra carabinieri e poliziotti, un bilancio drammatico.

Quello di martedì è l’ennesimo accertamento disposto dal pm Silvia Facciotti, titolare del fascicolo, che segue quello affidato ai vigili del fuoco di Mestre sulle macerie con l’obiettivo di ricostruire l’esatta dinamica dell’esplosione, la consulenza affidata al Ris di Parma sui vestiti dei fratelli Ramponi alla ricerca di tracce di benzina e di altri elementi riconducibili all’esplosione e infine l’incarico conferito ai primi di gennaio all’esplosivista di fama mondiale Danilo Coppe. Tutto per ricostruire puntualmente uno scenario di morte. Perché i tre fratelli l’accusa più grave è la strage. 

Fabiana Marcolini