VI CAMMINO UNA STORIA

Àissa Màissa, il montanaro e l’orco buono. Amore e morte nella Valle dei Cóvoli

Dalla contrada Xami di Selva di Progno, il sentiero taglia il costone destro della Valle dei Cóvoli. Lo percorrevano di notte i giovani che scendevano da Velo per andare a far filò. Si dice ancora così in Lessinia, reminiscenza di quando ci si recava nelle stalle delle contrade sapendo, o sperando, di incontrare la ragazza a cui «si faceva il filo». Anche l’italiano ha dunque ereditato questo modo di dire? Filò da filare, perché le donne, durante le riunioni serali nelle stalle, filavano la lana. Le donne che, come dice il proverbio, lavorano il doppio rispetto agli uomini: «L’omo el laora na giornada, el fameio una e tri quarti e la dona do». Si stava bene in quelle piccole stalle con il soffitto basso e con le bestie a fare da termosifone, nel profumo del letame, ché il letame delle vacche che mangiano solo fieno, e non mangimi e acidi insilati, profuma. Le stalle della Lessinia erano spesso unite alle case per risparmiare un muro. Una porta le metteva direttamente in comunicazione con la cucina, così che i montanari potessero controllare le loro bestie senza uscire di casa e che gli anziani potessero accedervi per il filò senza prendere freddo, nelle sere di «vento e neve». La gente della contrada si portava da casa una carega, uno scano o, se non c’era altro posto, si sedeva su un sacco di foglia secca o si sdraiava nel fenaro. La stalla era «il salotto dei nostri nonni», scriveva Attilio Benetti. Grazie Attilio, che in Lessinia hai raccolto e salvato le storie dei filò. E Dino Coltro aggiungeva, con un po’ di rimpianto, che le stalle erano «il centro della vita sociale e familiare». Caro Dino, che nella pianura veronese hai reiventato il filò a teatro con i Modena di Oppeano e sei stato maestro di tutti noi.